Si sente parlare di un nuovo test che, attraverso la semplice analisi del sangue, potrebbe individuare i segnali della depressione. Lo studio all’origine di questa notizia è serio, ma la soluzione non è attualmente disponibile.
Oggi in Italia oltre il 6% degli adulti riferisce sintomi depressivi per più della metà dei giorni del mese. L’incidenza aumenta con l’età e, in presenza di disagio economico, arriva a coinvolgere un italiano su quattro. Sentirsi depressi, inoltre, è più frequente tra le donne, tra chi vive solo e tra coloro che soffrono di patologie croniche. Sono le stime dell’Istituto Superiore di Sanità e rispecchiano la situazione nel resto del mondo [1].
Un metodo diagnostico semplice e rapido potrebbe essere determinante per invitare i pazienti più restii al trattamento, oppure per monitorare ad ampio raggio la salute mentale delle categorie a rischio.
Dottore, davvero con un esame del sangue si diagnostica la depressione?
Non ancora. Se ne sta parlando perché è stato pubblicato uno studio che presenta la possibilità di individuare rapidamente i sintomi della depressione analizzando alcune componenti del sangue [2].
Non è la prima volta che si testa un metodo diagnostico simile: precedenti studi non hanno però prodotto test clinici a disposizione dei medici e dei pazienti. L’obiettivo, in ogni caso, è identificare biomarcatori, cioè parametri biologici misurabili (proteine, molecole, elementi di DNA) associati a una determinata condizione, in questo caso un disturbo dell’umore [3].
Non è semplice come misurare i livelli di colesterolo o di glicemia: la depressione, come l’ansia e altre patologie correlate alla salute mentale, è multifattoriale e si manifesta in tempi e modi diversi tra un paziente e l’altro. La ricerca, tuttavia, prosegue nel tentativo di definire oggettivamente la presenza di questo disturbo.
In cosa consiste il nuovo studio per la diagnosi di depressione?
Il team di ricerca, coordinato da scienziati della New York University, ha selezionato 440 donne, più della metà era sieropositiva, cioè affetta da HIV.
Le persone con malattie croniche, compresa l’infezione da HIV, possono avere un rischio più elevato di depressione. Secondo i ricercatori ciò può dipendere da diversi fattori: infiammazione persistente, difficoltà sociali ed economiche, impatto della malattia sulla qualità della vita. A sua volta, la depressione può rendere più difficile seguire le terapie e sottoporsi ai controlli medici.
Per valutare il benessere psicologico delle partecipanti, sono stati utilizzati questionari sui sintomi e l’analisi di campioni di sangue alla ricerca di possibili segnali biologici associati alla depressione. In particolare, sono stati considerati gli “orologi epigenetici”, modelli statistici che stimano l’età biologica delle cellule analizzando le modificazioni chimiche del DNA che si accumulano nel tempo. L’età biologica, infatti, non coincide necessariamente con quella anagrafica: persone della stessa età possono mostrare un diverso grado di invecchiamento dell’organismo, influenzato da fattori come lo stile di vita, le condizioni di salute, l’ambiente.
L’analisi si è concentrata sui monociti, una categoria di globuli bianchi coinvolta nella risposta immunitaria. I ricercatori hanno osservato che un invecchiamento biologico accelerato dei monociti era correlato a una maggiore presenza di sintomi della depressione, come perdita di motivazione, senso di fallimento e disperazione. L’associazione è emersa nel campione complessivo. Secondo gli autori di questo studio, dunque, tale osservazione suggerisce che un invecchiamento biologico accelerato di alcune cellule immunitarie potrebbe far sospettare la depressione [2,4].
Questa associazione non è utile alla diagnosi?
Il legame tra i due fenomeni è nuovo e interessante, ma non ancora perfezionato per produrre un test utile ad accertare che una persona sia depressa. Lo studio, infatti, ha diversi limiti.
Il metodo con il quale è stato condotto è osservazionale: vuol dire che è stata trovata un’associazione tra indicatori biologici e sintomi depressivi, ma non è possibile dimostrare che uno sia la causa dell’altro. La ricerca ha coinvolto esclusivamente donne e in numero limitato: i risultati dovranno essere confermati in gruppi più ampi e diversificati.
A differenza di quanto annunciato da alcuni media, inoltre, i biomarcatori individuati non possono prevedere, cioè diagnosticare con anticipo, i segni della malattia. Gli stessi studiosi della New York University hanno specificato che la valutazione clinica è e resterà fondamentale per la diagnosi corretta e l’approccio terapeutico adeguato [2,4].
Dottore, come si diagnostica oggi la depressione?
La diagnosi è effettuata da uno psichiatra. I criteri diagnostici per il disturbo depressivo maggiore del Manuale Diagnostico Statistico dei Disturbi Mentali (DSM‐5) [5] prevedono almeno 2 settimane durante cui sono presenti 5 o più sintomi tra:
- Umore depresso per maggior parte del giorno (necessario);
- Marcata perdita di interesse o piacere per quasi tutte le attività;
- Significativa perdita di peso o aumento di peso;
- Insonnia o ipersonnia;
- Agitazione o rallentamento psicomotorio;
- Faticabilità o mancanza di energia;
- Sentimenti di autosvalutazione o colpa eccessivi o inappropriati (anche delirio di colpa);
- Ridotta capacità di pensare o concentrarsi;
- Pensieri ricorrenti di morte, ricorrente ideazione suicidaria, tentativi di suicidio.
Inoltre, i sintomi devono causare disagio significativo o compromissione del funzionamento sociale e lavorativo e non devono essere dovuti a effetti fisiologici diretti di sostanze stupefacenti, farmaci o condizioni mediche generali [6].
Ci sono inoltre particolari momenti della vita nei quali si è più vulnerabili alla depressione e ai disturbi dell’umore: dopo un lutto, durante la sindrome premestruale, dopo aver partorito e durante i cambi di stagione.
Riconoscere il disturbo depressivo, dunque, non è semplice né immediato.
Identificare segnali biologici sarebbe un risultato importante per ottenere diagnosi oggettive e per formulare la terapia più adatta, ma questo obiettivo non è ancora stato raggiunto [4].
In attesa di nuovi metodi diagnostici, cosa fare se si riconoscono i sintomi della depressione?
Consultare un medico, quello di medicina generale in prima battuta, è sempre il primo passo, fondamentale anche se non semplice.
Sul territorio esistono, inoltre, diversi servizi dedicati: i consultori familiari, che offrono gratuitamente consulenza psicologica, i Centri di Salute Mentale, presenti in ogni azienda sanitaria locale, e i Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura in diversi ospedali. Secondo gli ultimi dati disponibili, tuttavia, solo il 65% delle persone che percepisce di sentirsi depresso ricorre al sostegno di un professionista sanitario [1,7].
Per saperne di più sulle cause e sui fattori di rischio di questo disturbo dell’umore, si può consultare la scheda “La depressione è ereditaria?”.
Argomenti correlati:
Esami diagnosticiMedicinaSalute mentale