Sempre più studi documentano un aumento preoccupante dell’autolesionismo tra bambini e adolescenti: il fenomeno colpisce tra il 17 e il 19 per cento degli adolescenti nel mondo [1,2] e si inserisce nel quadro più ampio del disagio psicologico giovanile cresciuto negli ultimi anni.
Non si tratta di episodi isolati, né di un problema destinato a risolversi da solo. Ma come si riconosce? E soprattutto, si può prevenire? Parlarne con gli strumenti giusti è già un primo passo: conoscere e riconoscere i segnali d’allarme, capire quando e come intervenire fa la differenza e apre la strada a soccorsi precoci ed efficaci.
Che cosa si intende per autolesionismo?
L’autolesionismo non suicidario è il gesto volontario di farsi del male fisicamente senza l’intento di porre fine alla propria vita, ma rappresenta uno dei principali fattori di rischio per il suicidio, soprattutto tra i più giovani [3].
Non è una malattia psichiatrica in sé, ma un comportamento che segnala sofferenza emotiva o disagio. Il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5), riferimento ufficiale per identificare e trattare problemi di salute mentale, distingue tra comportamenti autolesivi con intento suicidario e atti compiuti senza il desiderio di morire [4]. Farsi male, infatti, non vuol dire soltanto procurarsi ferite (tagli, morsi, bruciature), ma tentare l’avvelenamento mediante l’abuso di alcol, di droghe ricreative e di farmaci, fino all’overdose [5,6].
Non sempre chi si autolesiona desidera morire. Paradossalmente, quel gesto può rappresentare un tentativo di salvare la propria esistenza: mentre ci si ferisce, è possibile provare sollievo dalla sofferenza emotiva o illudersi di controllarla.
Secondo le linee guida, tra i fattori più spesso associati all’autolesionismo ci sono difficoltà nella gestione delle emozioni, relazioni problematiche, traumi infantili e disagio sociale. Gli episodi, inoltre, avvengono spesso dopo l’assunzione di alcol [5,6].
L’influenza dei social e la tendenza a imitare comportamenti autolesionistici praticati da coetanei online sono fattori emersi di recente ma da considerare [7,8].
Dottore, anche in Italia questo fenomeno è così diffuso?
In generale, i casi di autolesionismo tra adolescenti e giovani sono in aumento, per questo se ne parla più che in precedenza. Sulla stampa generalista, di recente, sono stati diffusi i risultati uno studio rilevante, pubblicato su una rivista del network JAMA dedicata alla pediatria. L’indagine, condotta in dodici Paesi tra il 2000 e il 2024, mostra che i casi sono raddoppiati, soprattutto tra le ragazze sotto i 24 anni [3].
Secondo gli autori dello studio, che ha interessato Paesi ad alto reddito, anche in Italia si evidenzia lo stesso trend globale. Nella revisione, tuttavia, è stata analizzata una sola ricerca condotta in Piemonte su bambini e ragazzi.
La tendenza di crescita del fenomeno è, tuttavia, costante, come aveva già confermato nel 2021 lo studio Global Burden of Disease. In questa ampia indagine, l’autolesionismo è considerato una delle cause più comuni di perdita di salute e di mortalità tra i giovani tra i 20 e i 24 anni, in particolare nel periodo post-pandemico, quando il tema della salute mentale e delle conseguenze per la salute fisica è emerso in modo più evidente [9].
Nello stesso periodo, uno studio dell’Ospedale Bambin Gesù, molto attento al disagio psichico, ha reso noto che la richiesta di aiuto psicologico per comportamenti e pensieri suicidari tra adolescenti è aumentata, e che spesso l’autolesionismo è un sintomo della depressione grave e una conseguenza dell’uso di sostanze illegali [4].
Chi è più a rischio?
Generalmente, il primo atto di autolesionismo avviene dai 12 ai 14 anni di età, mentre fino ai 20-25 anni l’incidenza tende a diminuire [1,5].
In quella fascia d’età è, inoltre, il principale fattore di rischio per suicidio. Secondo le ricerche guidate da uno dei principali studiosi del fenomeno, più della metà dei bambini e degli adolescenti che muoiono per suicidio hanno alle spalle episodi di autolesionismo.
La comprensione reale del rischio è tuttora limitata. Dai dati diffusi dagli ospedali, sappiamo però che i giovani che si procurano danni fisici sperimentano difficoltà nei rapporti familiari, stress scolastico, oppure sono stati vittime di bullismo e cyberbullismo o di abusi fisici o psicologici.
I problemi variano con l’età e il genere; le donne sono più esposte. Una probabilità maggiore di autolesionarsi riguarda i giovani che soffrono di disturbi mentali e dell’umore. Tra le caratteristiche psicologiche più evidenti, invece, c’è l’impulsività, la difficoltà a gestire i problemi (divorzio, lutto), la rabbia e la tendenza a isolarsi. Molto frequente è il consumo di alcol prima o durante l’atto autolesionistico [5,6,10].
Dottore, è possibile riconoscere l’autolesionismo o i suoi fattori scatenanti?
I segni più evidenti sono lesioni sul corpo, come tagli, graffi o lividi, recenti o già cicatrizzati. Più difficili da individuare sono altri indizi, come coprire il corpo anche quando non fa freddo, la presenza di oggetti taglienti o farmaci tra gli effetti personali o il racconto frequente di infortuni accidentali.
Occorre inoltre notare cambiamenti nel comportamento, nel carattere e, nei casi di autolesionismo legati ad avvelenamento, i segnali di un abuso di alcol o droghe. Pur sembrando manifestazioni impossibili da non notare, non è così. L’autolesionismo accade soprattutto di nascosto e occultare i sintomi fa parte delle strategie di sopravvivenza al dolore [11].
Si può guarire dall’autolesionismo?
Sì, ma è necessario l’aiuto di specialisti. Nei casi più gravi il primo intervento avviene in pronto soccorso. A questo evento può seguire il ricovero, una misura necessaria per evitare ulteriori danni fisici, per valutare lo stato di salute psicofisica e avviare il tipo di terapia più adatto.
Il trattamento più efficace per i comportamenti autolesionistici è, infatti, multidisciplinare e personalizzato. Le terapie psicologiche e il coinvolgimento della famiglia possono ridurre gli episodi autolesivi e il rischio di gesti più gravi [1].
L’efficacia di questi trattamenti è però di difficile valutazione; in ogni caso, gli studi sono ancora troppo pochi [12]. Non esiste, infine, un farmaco specifico per controllare l’impulso autolesionista, anche se è frequente ricorrere a soluzioni farmacologiche per disturbi psicologici e psichiatrici.
Dottore, ci sono conseguenze a lungo termine se non si interviene?
L’autolesionismo è considerato uno dei principali fattori di rischio per il suicidio o il tentativo di suicidio, soprattutto in adolescenza [1].
Alcuni episodi possono comportare danni permanenti alla salute: l’avvelenamento da farmaci può causare problemi al fegato, fino all’insufficienza epatica; le lesioni potrebbero deturpare il fisico in modo permanente.
Non meno gravi sono le conseguenze dei traumi, se sottovalutati [5].
L’autolesionismo si può prevenire?
Familiari, amici, insegnanti e compagni di scuola hanno un ruolo importante nel riconoscere i segnali di sofferenza. L’intervento più efficace, tuttavia, dovrebbe essere sociale, educativo, mirato cioè a gruppi di adolescenti e guidato da personale qualificato. Parlare di autolesionismo con un ragazzo in difficoltà non aumenta il rischio che questi comportamenti si verifichino; al contrario, affrontare il tema senza giudizio aiuta i più giovani a sentirsi compresi e non più soli [1,10].
Se un genitore dovesse sospettare che il proprio figlio compia atti autolesionistici può rivolgersi al proprio medico di medicina generale, che può orientare verso i servizi di neuropsichiatria infantile e dell’adolescenza o verso uno specialista della salute mentale con esperienza in età evolutiva.
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