Rivolgersi a un assistente virtuale per cercare conforto o per sfogarsi non è più insolito. Sempre più persone usano chatbot basati sull’intelligenza artificiale (IA) per raccontare come si sentono, anche in momenti di vera difficoltà emotiva.
La facilità di accesso, il basso costo e la sensazione di non essere giudicati spingono molti a farne uso. Ma questi strumenti sono davvero in grado di capire quello che proviamo? E usarli quando non si sta bene è sicuro?
Dottore, come fa l’IA a rispondere a quello che proviamo?
I chatbot non capiscono le emozioni. Generano risposte che sembrano empatiche, ma quello che producono è il risultato di un calcolo statistico sulle parole, non di un’esperienza vissuta. Capire davvero come si sente un’altra persona richiede di aver provato qualcosa di simile: è quell’esperienza interiore che ci permette di metterci nei panni di chi abbiamo di fronte.
I chatbot invece analizzano enormi quantità di testi prodotti dagli esseri umani e generano risposte statisticamente plausibili: quando scriviamo “mi sento triste”, il sistema risponde usando le parole che, in situazioni simili, compaiono più spesso nelle conversazioni umane. Non prova tristezza, né empatia: riconosce schemi nel linguaggio e li riproduce.
Come hanno spiegato ricercatori intervistati dalla rivista Nature, le risposte dei chatbot non rivelano stati emotivi interni nascosti, ma riflettono la capacità di questi sistemi di attingere alle enormi quantità di testi appresi durante l’addestramento: un meccanismo statistico, non emotivo [1].
Lo stesso esperimento descritto da Nature ne ha offerto una dimostrazione curiosa: quattro tra i più diffusi chatbot, sottoposti a quattro settimane di psicoterapia psicoanalitica simulata, hanno prodotto narrazioni convincenti di “traumi” e “paure”, descrivendo “infanzie difficili” e “abusatori”. Ma i ricercatori più scettici hanno ricordato che questi sistemi non hanno continuità tra una sessione e l’altra: le loro storie cambiano a seconda di come vengono interrogati [1].
Ci sono prove che l’IA possa davvero aiutare quando si soffre, fisicamente o emotivamente?
Alcune sì, ma con limiti importanti da conoscere. Nel marzo 2025, NEJM AI (una rivista della famiglia del New England Journal of Medicine) ha pubblicato il primo trial clinico randomizzato su un chatbot di intelligenza artificiale generativa sviluppato appositamente per la salute mentale [2].
Lo studio, condotto su 210 adulti con sintomi di depressione maggiore, ansia generalizzata o disturbi alimentari, ha confrontato quattro settimane di uso del chatbot con un gruppo in lista d’attesa: a otto settimane, il gruppo che aveva usato il chatbot mostrava una riduzione media del 51% dei sintomi depressivi, del 31% di quelli ansiosi e del 19% delle preoccupazioni legate ai disturbi alimentari [2]. Risultati promettenti, ma prodotti da un sistema sviluppato e monitorato da clinici esperti di psicoterapia, non da un assistente virtuale generico.
Analoghe indicazioni emergono da un campo apparentemente diverso: uno studio pubblicato su JAMA Internal Medicine nel 2022 ha mostrato che un programma di terapia cognitivo-comportamentale per il dolore cronico, guidato da un sistema di intelligenza artificiale, non era inferiore alle sedute tradizionali con un terapeuta, richiedendo meno della metà del tempo del professionista [3]. Anche qui, il funzionamento era possibile perché l’IA operava all’interno di un percorso clinico strutturato e supervisionato.
Una meta-analisi del 2024 su 18 studi randomizzati e controllati con 3.477 partecipanti ha confermato che i chatbot possono ridurre in misura modesta i sintomi di depressione e ansia, con effetti che emergono dopo quattro settimane e si intensificano dopo otto, ma che non risultano più misurabili a tre mesi dal termine del trattamento [4].
Posso allora usare un qualsiasi chatbot quando mi sento in difficoltà emotiva?
No, e la differenza è fondamentale. Gli studi appena citati riguardano sistemi progettati, addestrati e monitorati da clinici all’interno di percorsi di cura controllati. I chatbot generalisti disponibili online non sono stati sottoposti ad alcun test clinico e non sono stati progettati per gestire situazioni di disagio psicologico. L’Associazione Americana degli Psicologi ha pubblicato nel novembre 2025 un documento ufficiale in cui afferma che nessuno di questi strumenti ha dimostrato di essere sicuro ed efficace per trattare problemi di salute mentale, e che mancano ancora regole adeguate a tutelare chi li usa [5]. Tendono inoltre a convalidare ciò che l’utente dice: un comportamento che può sembrare rassicurante ma che può anche rafforzare pensieri negativi o distorcere ulteriormente la percezione della realtà in chi è già fragile [5].
Alcune delle piattaforme più diffuse hanno introdotto misure di sicurezza che permettono al chatbot di riconoscere segnali di crisi e indirizzare l’utente verso linee di aiuto o numeri di emergenza: è un passo nella giusta direzione, ma queste misure non sono presenti in tutti i sistemi disponibili, non sono sempre efficaci e non sostituiscono in nessun caso la valutazione di un professionista. Ne abbiamo parlato nella scheda “Si può prevenire il suicidio con una app?”.
Secondo uno studio pubblicato su JAMA Network Open nel novembre 2025, circa un adolescente americano su otto usava già i chatbot per supporto emotivo [6]: una diffusione che preoccupa gli esperti proprio perché avviene senza supervisione clinica.
Insomma, attualmente i sistemi di IA a cui chiunque può accedere liberamente non sono in grado di valutare la gravità di una situazione, di fare una diagnosi o di seguire nel tempo l’evoluzione dello stato di salute di una persona, un tema che abbiamo approfondito nella scheda “L’intelligenza artificiale renderà inutile il medico?”.
Di fronte a un momento di difficoltà, il primo passo rimane sempre parlarne con il proprio medico di medicina generale.
Argomenti correlati:
Salute mentale