I dispositivi di sicurezza sul lavoro non proteggono le donne?

27 Aprile 2026 di Maria Frega (Pensiero Scientifico Editore)

Un ambiente di lavoro sicuro e salutare è un diritto fondamentale per tutte e tutti, oltre a costituire un elemento chiave per l’uguaglianza e lo sviluppo sostenibile. L’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) ha promosso la Giornata mondiale per la salute e la sicurezza sul lavoro, che ricorre il 28 aprile, proprio per promuovere questi principi e migliorarne l’applicazione [1].

Il percorso verso l’occupazione sicura e salubre, infatti, non è completo: solo da pochi anni si presta attenzione alle differenti protezioni per le donne. I dispositivi di protezione individuale sono stati progettati su uno standard maschile, con effetti non sempre efficaci, talvolta persino controproducenti, per le donne.

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Dottore, cosa sono i dispositivi di sicurezza sul lavoro?

La denominazione esatta delle misure e degli strumenti che garantiscono la sicurezza sui luoghi di lavoro è “dispositivi di protezione individuale” (DPI). Il riferimento è alle attrezzature create per proteggere lavoratrici e lavoratori dai rischi. Nei luoghi di lavoro esistono anche dispositivi di protezione collettiva. I DPI sono una precauzione ulteriore contro infezioni e patologie e contribuiscono a evitare traumi e infortuni, talvolta letali [2].

In Italia la materia è regolata dal Decreto legislativo 81 del 2008, noto anche come Testo Unico sulla salute e sulla sicurezza sul lavoro [3].

Quali sono i luoghi di lavoro più rischiosi?

Secondo le statistiche nazionali, i settori produttivi nei quali gli infortuni sono più frequenti sono l’edilizia, il commercio, i servizi di alloggio e ristorazione, i trasporti, la logistica. I rischi per la salute e la sicurezza riguardano le mansioni più pesanti o ripetitive; non sono tuttavia esclusi il personale domestico, in alcuni casi gli impiegati in ufficio, e il personale sanitario [4].

La consapevolezza in questo settore è aumentata soprattutto durante e dopo la pandemia da COVID-19. Il maggior utilizzo di guanti, mascherine, indumenti, soprattutto in quella occasione, ha rivelato l’inadeguatezza rispetto sia al sesso sia all’etnia. Nelle strutture sanitarie esistono ormai da tempo protezioni regolabili su diverse corporature [2].

Dottore, vuol dire che i DPI non riescono a proteggere tutte le lavoratrici e i lavoratori?

A proposito di mascherine, o di respiratori utilizzati in alcuni ambienti, è emersa la carenza di protezioni adeguate per le donne e per le persone di origine asiatica, per esempio. Altre criticità emerse negli ultimi anni riguardano i calzari o copriscarpe troppo grandi che, nei momenti di emergenza, possono diventare perciò un ostacolo [5].

Il lavoratore è considerato “neutro”: nei regolamenti dell’Unione europea, l’attenzione ai rischi non considera in modo specifico le donne. Il risultato è che le scarpe antinfortunistiche sono spesso troppo larghe, le tute hanno proporzioni errate, i respiratori non coprono correttamente naso e bocca. Oltre ad aumentare significativamente il rischio di infortuni rispetto agli uomini, in questi casi le donne lavorano anche con maggior disagio [6].
La normativa sul lavoro, però, è in evoluzione.

Perché esiste questa disparità e cosa sta cambiando?

Dalle sue origini e fino a pochi anni fa, la medicina ha avuto un’impostazione androcentrica, focalizzata sugli uomini, sia nell’analisi dei sintomi sia nella formulazione dei trattamenti, farmacologici e non. Il tema della differenza di genere e di sesso è emerso con l’aumentata consapevolezza dei cittadini e anche con il maggior coinvolgimento delle donne nella ricerca e nella sanità.

Oggi, dunque, esiste una “medicina di genere” che considera le differenze di genere (legate all’identità, personale, sociale e culturale) e quelle biologiche (definite dal sesso). In tutti i settori che prevedono DPI si valutano i rischi e si predispongono attrezzature, macchine, protezioni da indossare prodotti per ogni corporatura e si considera l’ergonomia, cioè il rapporto tra il corpo e l’ambiente in cui si opera (abbiamo approfondito le malattie professionali nella scheda “Lavorare troppo fa male alla salute?”).

Posture prolungate, attrezzature, macchinari e postazioni possono infatti influenzare la salute nel tempo. A lungo questi strumenti e ambienti sono stati progettati in riferimento a un lavoratore “standard”, cioè un uomo adulto di corporatura media. Solo recentemente il mercato ha iniziato a offrire DPI, incluso l’abbigliamento protettivo, in taglie diversificate.

L’adattamento dei macchinari, invece, necessita di continui miglioramenti, connessi al progresso tecnologico [7]. Con lo sviluppo della robotica, per esempio, sia nelle catene di montaggio che nelle sale operatorie, sono stati introdotti robot o cobot (robot che prevedono l’interazione con il corpo umano) ed esoscheletri. Queste macchine autonome o semi-autonome hanno proprio lo scopo di sollevare il lavoratore dai compiti pesanti, pericolosi o ripetitivi, evitando incidenti o il rischio di sviluppare patologie a lungo termine. I “colleghi” robotici dovranno quindi essere adattati a corporature differenziate, considerando anche l’appartenenza di genere [8].

Esistono malattie professionali che colpiscono solo le donne?

Potenzialmente sì. In ambito lavorativo, alcune minacce incidono soprattutto sulle lavoratrici.
Peso, distribuzione muscolare, flusso del sangue sono diversi tra i sessi e determinano ritmi e stanchezza differenti. Inoltre si considera l’influenza ormonale e le fasi della vita biologica, come l’età riproduttiva, la gravidanza. Per questo, l’esposizione a sostanze pericolose, agenti chimici o microrganismi è specificamente limitata perché potrebbe alterare le funzioni riproduttive e minacciare la gravidanza e il benessere del feto.

I luoghi interessati sono i laboratori chimici, gli stabilimenti alimentari oppure le attività di pulizia e nell’agricoltura [7].
Il Decreto legislativo, insieme all’apposito regolamento a tutela della maternità e della paternità (il 151 del 2001) [9] prevede che la valutazione del rischio sia condotta in un’ottica di genere. E le lavoratrici e i lavoratori devono essere informati e formati sulle norme per la sicurezza e la salute.

Dottore, anche lo stress da lavoro rientra tra i rischi per la salute?

Sì, e non solo per la salute. Uno specifico articolo del Decreto legislativo (oltre alle disposizioni internazionali) è dedicato allo stress lavoro-correlato, inteso come rischio psicosociale. Impegni e ritmi intensi, controlli carenti, ambienti di lavoro complicati possono incidere sulla salute mentale e aumentare anche il rischio di infortuni. A ciò si aggiungono la difficoltà di conciliare vita privata e lavoro e il rischio di discriminazioni e di molestie che, di fatto, colpiscono maggiormente le lavoratrici [1, 6].

Di questa tipologia di stress abbiamo parlato nella scheda “Anche i caregiver possono andare in burnout?” e, in riferimento ai sanitari, nella scheda “I medici sono a rischio di esaurimento nervoso?”. Resta, tuttavia, complesso individuare solo nelle mansioni professionali l’origine dell’esaurimento psico-fisico.

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Autore Maria Frega (Pensiero Scientifico Editore)

Maria Frega è sociologa, specializzata in comunicazione, e scrittrice. Si occupa di scienza, innovazione e sostenibilità per un'agenzia di stampa e altri media. Sugli stessi temi cura contenuti per testi scolastici e organizza eventi di divulgazione con associazioni ed enti pubblici. È inoltre editor di saggistica e tiene corsi di scrittura anche nelle scuole e in carcere. I suoi ultimi libri sono Prossimi umani e Filosofia per i prossimi umani, con Francesco De Filippo per Giunti Editore.
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