Leggere protegge davvero il cervello dall’invecchiamento e dalla demenza? La letteratura scientifica mostra un’associazione solida tra attività come lettura, scrittura e studio delle lingue e un minor rischio di declino cognitivo e demenza, senza però dimostrare un rapporto causale diretto. Il legame tra cultura e salute dovrebbe accompagnare l’intero arco della vita, e resistere anche in età avanzata, per generare effetti concreti.
Il tema è rilevante per la sanità pubblica: la demenza rappresenta un rischio che coinvolge milioni di persone nel mondo e su cui è possibile intervenire anche attraverso fattori modificabili, tra cui le abitudini culturali. Ne parliamo in occasione della Giornata mondiale del libro, che si celebra il 23 aprile.
Dottore, è vero che leggere è salutare per la mente e per il corpo?
Il senso comune suggerisce che coltivare la cultura personale sia un vantaggio sotto molti aspetti, sia per il benessere mentale che fisico. La letteratura scientifica è ricca di studi che indagano il legame tra attività come la lettura e altri passatempi culturali con diverse fasi della vita e relativi obiettivi, dalla longevità alle capacità relazionali, dal successo a scuola e sul lavoro fino alla possibilità di sopravvivere a eventi avversi.
Occorre però distinguere l’interesse o la passione personale con il livello di istruzione. La ricerca su questi temi non considera soltanto la conquista di titoli di studio: a contare è, piuttosto, la volontà e l’impegno nel leggere libri o giornali oppure imparare una nuova lingua, così come scegliere passatempi stimolanti, come rebus e parole crociate [1]. Abbiamo già approfondito l’associazione tra i giochi enigmistici e la salute del cervello nella scheda “Le parole crociate aiutano a mantenere il cervello in salute?”.
Queste attività andrebbero seguite per tutta la durata della vita, quindi andando oltre l’obbligo scolastico o la necessità di formarsi professionalmente. Curare gli interessi culturali (e la lettura è il modo più immediato ed economico per farlo) è uno dei modi migliori per allenare le funzioni del cervello e proteggerle dal declino cognitivo. Ricordiamo che, in età avanzata, un lieve deterioramento delle funzioni cerebrali non è preoccupante; si tratta invece di uno stato patologico quando ne sono influenzate le attività quotidiane e la capacità di badare a se stessi [2, 3].
Allora, dottore, la lettura è una forma di prevenzione contro la demenza?
Sulla prevenzione della demenza, delle malattie neurodegenerative in generale, conviene seguire le indicazioni contenute nei rapporti della specifica Lancet Commission. Vi sono esaminate revisioni sistematiche e meta-analisi che, negli anni, hanno permesso di individuare i fattori di rischio che predispongono allo sviluppo di danni cognitivi. Tra i 14 fattori sui quali è possibile intervenire per evitare o limitare i sintomi delle demenze c’è anche la cura della propria istruzione.
Così come siamo attenti all’alimentazione per evitare ipertensione, diabete e obesità, o come limitiamo l’alcol e il fumo, dovremmo pensare al nostro arricchimento intellettivo come un elemento fondamentale per la salute della mente. Esporsi a stimoli benefici per il cervello, come la lettura, potenzia infatti la riserva cognitiva [4]. Con questo termine si intende, in psicologia, la capacità di attivare risposte, reagire a sfide come l’invecchiamento o le malattie, ma anche l’isolamento sociale e i disturbi dell’umore [1, 2].
Si ritiene che la riserva cognitiva si possa alimentare fin dall’infanzia. Ed è raccomandato proseguire tutta la vita l’allenamento mentale. Psicologi e neuroscienziati sono soliti spiegare questo concetto con uno slogan semplice ma efficace: “Usalo o lo perdi” (in inglese “Use it or Lose it”), in riferimento, appunto, al cervello e alle sue funzioni [5]. Anche altre forme di espressione creativa, come la musica, la danza e le arti visive, contribuiscono ad alimentare la riserva cognitiva: ne abbiamo parlato nella scheda “Essere creativi fa bene al cervello?”.
Questo concetto ha una valenza medica, oltre che psicologica?
Il tema è stimolante e ha permesso di ideare progetti di ricerca clinica anche curiosi e variegati.
Uno stimolo altrettanto positivo per il cervello è, per esempio, cucinare. Una recente ricerca, condotta in Giappone su oltre 10mila partecipanti ha mostrato come il rischio di demenza negli anziani si riduce del 30% in coloro che, almeno una volta alla settimana, preparano un pasto. Cucinare, prestando attenzione ai processi, creando, è ben diverso da alimentarsi con cibo da asporto o surgelati precotti. Per le persone in età avanzata che vi si dedicano si tratta di un momento che combina attività fisica e stimolo cognitivo [6].
Non è tuttavia semplice stabilire connessioni solide tra la pratica della lettura e la prevenzione di malattie progressive e croniche del cervello. Per misurare queste abitudini e collegarle allo stato di salute di ogni partecipante si utilizzano molto spesso questionari (in cui il soggetto auto-riferisce i dati che lo riguardano) e test psicologici.
Sulla stampa generalista sono stati ampiamente diffusi i risultati di uno studio clinico longitudinale pubblicato sulla rivista dell’American Academy of Neurology. Secondo le conclusioni dell’indagine, che si è svolta negli Stati Uniti per otto anni, l’esposizione a stimoli culturali lungo tutto il corso della vita risulta correlata a un minor rischio di malattia di Alzheimer e, in generale, a una protezione contro l’invecchiamento del cervello. Gli stimoli considerati sono lettura, scrittura, studio delle lingue, frequentazione di una biblioteca, coltivati in modo duraturo fin dall’infanzia.
È tuttavia importante sottolineare che lo studio non conferma un legame di causa-effetto tra i due fenomeni; mostra, invece, una correlazione. La minore incidenza di malattie cognitive nella terza età dei lettori è stata riscontrata ma non è necessariamente una conseguenza dell’arricchimento cognitivo. Non è infatti possibile trascurare altri fattori che contribuiscono al benessere del cervello, come lo stato di salute generale, le possibilità economiche di curarsi, le relazioni sociali [7].
Dottore, se non si è stati lettori fin da piccoli, è tardi per rimediare?
Come spiegato anche nello studio che abbiamo esaminato [7], la lettura e altre esperienze stimolanti sono una solida base per la salute del cervello anziano soprattutto se coltivate fin da piccoli e con continuità. In una scheda sulla lettura condivisa tra genitori e figli, abbiamo sottolineato come il cervello dei neonati e dei bambini sia particolarmente vivace e reattivo alle nuove conoscenze. Si tratta di meccanismi fisiologici che, con il tempo, perdono intensità.
Un filone molto interessante della ricerca neuroscientifica sta tuttavia esaminando i vantaggi della cosiddetta lettura profonda (in inglese, deep reading) come modalità di allenamento cerebrale. La lettura profonda è un processo che va oltre il piacere del passatempo e la comprensione di ciò che si apprende: attiva il ragionamento, la deduzione, il pensiero critico, la riflessione, l’intuizione [8].
Nel cervello che legge, come spiega in modo molto coinvolgente la scienziata Maryanne Wolf, si creano connessioni e organizzazioni nuove. Non ci sono invece, al momento, prove di simili effetti con la lettura digitale, che potrebbe essere incompatibile con le caratteristiche del deep reading [9].
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