Negli ultimi anni si è parlato moltissimo di una nuova classe di farmaci, nati inizialmente per curare il diabete di tipo 2 e ora molto utilizzati anche per combattere l’obesità. Questi medicinali, chiamati agonisti del recettore GLP-1, hanno dimostrato una grande efficacia nel far perdere peso e nel regolare gli zuccheri nel sangue, ma ciclicamente tornano al centro dell’attenzione per i loro possibili effetti collaterali.
Tra questi, quello che spaventa di più è la pancreatite acuta, ovvero un’infiammazione improvvisa del pancreas. Questa preoccupazione nasce dalla presenza di alcuni casi riportati durante gli studi clinici e dopo la commercializzazione del farmaco. Ma cosa dicono davvero le evidenze scientifiche? È un rischio reale o un timore eccessivo? Cerchiamo di fare chiarezza basandoci sui dati più aggiornati.
Dottore, cosa sono esattamente questi farmaci GLP-1?
I farmaci agonisti del recettore GLP-1 imitano l’azione di un ormone naturale prodotto dall’intestino chiamato GLP-1 (glucagon-like peptide-1). Questo ormone ha diverse funzioni: stimola il pancreas a produrre insulina quando i livelli di zucchero nel sangue sono alti, rallenta lo svuotamento dello stomaco (aumentando il senso di sazietà) e riduce l’appetito mediante l’invio di segnali di sazietà al cervello [1].
Per queste caratteristiche, i farmaci GLP-1 sono utilizzati principalmente nel diabete di tipo 2, dove aiutano a controllare la glicemia, e nell’obesità, dove favoriscono la perdita di peso. I più noti sono semaglutide, tirzepatide e liraglutide, disponibili in forma iniettabile o, in alcuni casi, in compresse [1, 2]. Il loro successo è dovuto anche alla capacità di ridurre il rischio di eventi cardiovascolari come infarto e ictus nei pazienti diabetici [3].
Dottore, qual è il legame tra questi farmaci e la pancreatite?
La pancreatite è un’infiammazione del pancreas che si manifesta con dolore intenso alla parte alta dell’addome, nausea, vomito e, nei casi più gravi, può richiedere il ricovero ospedaliero. Nella popolazione generale, le cause più comuni sono calcoli biliari e consumo eccessivo di alcol. Esistono due forme di prancreatite: quella acuta (che si sviluppa improvvisamente) e quella cronica (che progredisce nel tempo) [4].
Il timore che i farmaci GLP-1 possano causare pancreatite è nato da alcune segnalazioni di casi isolati durante gli studi clinici e dalla sorveglianza post-commercializzazione. Il fatto è che le persone con diabete di tipo 2 e obesità hanno già di per sé un rischio aumentato di pancreatite rispetto alla popolazione generale, rendendo difficile stabilire se i casi osservati siano legati al farmaco o alla malattia di base [5].
Gli esperti della Società Italiana di Diabetologia spiegano comunque che, sebbene la pancreatite acuta sia un evento possibile, rimane estremamente raro e spesso legato a fattori di rischio già presenti nel paziente, piuttosto che all’azione diretta del solo farmaco. [6] Anche le autorità regolatorie internazionali, come la MHRA britannica, hanno recentemente aggiornato le informazioni per i pazienti definendo questo evento come “non comune”, ma reale, sottolineando l’importanza di una corretta informazione per chi inizia la terapia.
Inoltre, un fattore scatenante molto frequente è la formazione di calcoli alla cistifellea. Quando si perde peso in modo eccessivamente rapido, magari superando un chilo e mezzo a settimana, aumenta la probabilità che si formino questi calcoli [6] i quali possono poi ostruire i condotti e causare l’infiammazione del pancreas.
Cosa posso fare per ridurre al minimo il rischio di pancreatite durante la cura?
Per minimizzare il rischio, è importante osservare alcune regole: ad esempio, il dosaggio del farmaco deve essere aumentato in modo molto graduale, così da permettere al corpo di adattarsi ed evitare una perdita di peso eccessivamente rapida, che è la prima responsabile dei calcoli biliari.
Sul fronte dell’alimentazione, è importante seguire una dieta nutriente ma povera di grassi animali e di fritti, poiché questi cibi costringono il pancreas a un lavoro extra che può aumentare lo stress dell’organo. Anche l’idratazione gioca un ruolo chiave: bere molta acqua aiuta la digestione e supporta il metabolismo. Un altro pilastro della prevenzione è l’astensione dalle bevande alcoliche, che oltre a peggiorare la tollerabilità del farmaco, sono una causa nota di infiammazione pancreatica.
Infine, chi ha già sofferto in passato di pancreatite, calcoli alla cisti o ha i grassi nel sangue (trigliceridi) molto alti, deve essere monitorato con estrema attenzione, poiché queste condizioni preesistenti rappresentano fattori di rischio su cui vigilare con prudenza.
Dottore, quali sono i segnali d’allarme che devono preoccuparmi?
Chi assume questi farmaci deve saper distinguere i comuni effetti collaterali, come una leggera nausea iniziale, da sintomi che richiedono un intervento immediato. Il segnale più importante di una possibile pancreatite è un dolore addominale molto forte e persistente, che non passa dopo poche ore e tende a peggiorare.
Molti pazienti lo descrivono come una morsa o una lama che parte dalla bocca dello stomaco e attraversa il corpo fino a farsi sentire dietro la schiena, all’altezza delle scapole. Spesso questo dolore si accompagna a un vomito ripetuto che non porta alcun sollievo, a una sensazione di forte malessere generale e, in alcuni casi, alla comparsa della febbre [4, 6].
Se si avvertono sintomi di questo tipo, è fondamentale contattare subito il proprio medico. Ricordiamo però che, se usati sotto stretto controllo medico e seguendo uno stile di vita sano, questi farmaci rimangono una risorsa sicura e molto efficace.
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