L’amore è una droga?

13 Febbraio 2026 di Rebecca De Fiore (Pensiero Scientifico Editore)

San Valentino e il cervello innamoratoCon San Valentino ormai alle porte, siamo circondati da cuori rossi e promesse romantiche. Ma se vogliamo capire davvero cosa succede quando “ci innamoriamo” di qualcuno, dobbiamo spostare lo sguardo dal petto alla nostra centralina biologica: il cervello. Negli ultimi anni, infatti, le neuroscienze hanno iniziato a guardare dentro la nostra testa per capire cosa succede quando proviamo un amore intenso. Ciò che è emerso è sorprendente: i circuiti che si accendono sono in gran parte gli stessi che si attivano nelle dipendenze da sostanze. “Perdere la testa per qualcuno” non è solo un modo di dire, quindi, ma un vero e proprio processo chimico che coinvolge il nostro sistema di ricompensa [1, 2, 3].

Quando parliamo di “sistema di ricompensa”, ci riferiamo a una sorta di “circuito del piacere” che abbiamo nel cervello. Immaginiamo che il nostro cervello abbia una centralina programmata per farci sopravvivere: ogni volta che facciamo qualcosa di buono – come mangiare quando abbiamo fame o bere quando abbiamo sete – questa centralina rilascia una scarica di una sostanza chimica chiamata dopamina (ne abbiamo parlato nella scheda sull’innamoramento che “può far bene alla salute”). Questa scarica è la “ricompensa”: è quella sensazione di appagamento e benessere che ci fa dire “che bello, voglio farlo di nuovo” ed è il modo in cui la natura ci convince a ripetere i comportamenti utili alla nostra esistenza, come, nel caso dell’innamoramento, formare legami di coppia stabili per garantire la riproduzione e la cura dei figli [1, 2].

Il punto cruciale è che questo è lo stesso identico circuito che viene “ingannato” da alcune droghe pesanti. La cocaina, ad esempio, non fa altro che forzare questa centralina a rilasciare dopamina in modo massiccio, impedendone il normale riassorbimento. Quando il cervello riceve queste scariche così intense, impara rapidamente a desiderarle sopra ogni altra cosa: è proprio qui che nasce il meccanismo della dipendenza. Nell’amore accade qualcosa di molto simile: il partner diventa la nostra “dose” naturale di benessere e la sua assenza può scatenare una vera e propria crisi d’astinenza. Per questo l’amore, almeno nelle sue fasi iniziali, può essere considerato una forma di dipendenza [2, 4].

Dottore, cosa succede esattamente nel cervello quando siamo innamorati?

coppia di ragazze che si tengono abbracciateLe moderne tecniche di visualizzazione mostrano che l’innamoramento attiva aree precise del cervello, trasformandolo in una sorta di centrale operativa della passione. Quando guardiamo il partner, si accende l’area tegmentale ventrale (VTA), una zona che produce dopamina, il neurotrasmettitore della gioia e della motivazione. È qui che nasce quella spinta travolgente che ci fa sentire “su di giri” quando siamo con la persona amata.

Contemporaneamente, il cervello subisce altre tre importanti modifiche:

  • Si “spegne” il senso critico: si riduce l’attività della corteccia frontale, responsabile del giudizio. Ecco perché all’inizio il partner ci appare perfetto e non ne vediamo i difetti [4].
  • Calano i freni della paura: si disattiva l’amigdala, l’area che gestisce i pericoli. Questo ci rende più temerari e pronti a tutto pur di stare con la persona amata [5].
  • Il pensiero diventa fisso: i livelli di serotonina si abbassano drasticamente. Questo calo è simile a quello che si riscontra nei disturbi ossessivi e spiega perché il pensiero dell’altro diventi un “chiodo fisso” [3, 6].

Questa tempesta chimica coinvolge anche il corpo: i livelli di cortisolo (l’ormone dello stress) aumentano, preparando l’organismo alla “crisi” dell’innamoramento e causando battito accelerato, mani sudate e guance arrossate.

Altre sostanze chimiche che agiscono durante l’amore romantico sono l’ossitocina e la vasopressina, ormoni che svolgono un ruolo nella gravidanza, nell’allattamento e nell’attaccamento madre-bambino. Rilasciata durante il sesso e intensificata dal contatto pelle a pelle, l’ossitocina approfondisce i sentimenti di attaccamento e fa sentire le coppie più vicine dopo aver avuto rapporti sessuali. L’ossitocina, nota anche come l’ormone dell’amore, provoca sentimenti di appagamento, calma e sicurezza, spesso associati al legame con il partner. La vasopressina è collegata al comportamento che produce relazioni monogame a lungo termine. Le differenze di comportamento associate all’azione dei due ormoni possono spiegare perché l’amore appassionato svanisce man mano che l’attaccamento cresce [1, 4, 6].

Dottore, cosa succede invece quando un amore finisce?

Quando una storia si interrompe bruscamente, il cervello reagisce come se fosse in una vera crisi d’astinenza. Le aree del piacere continuano a reclamare la loro “dose” (la presenza del partner), ma la sua mancanza genera un terremoto chimico che si traduce in dolore fisico e psicologico reale. Ansia, insonnia e depressione sono le risposte biologiche a questo squilibrio improvviso [2, 3, 7].

Tuttavia, se la relazione prosegue, questa “montagna russa” di emozioni tende naturalmente a calmarsi entro uno o due anni. La passione rimane, ma lo stress dei primi tempi scompare: i livelli di cortisolo e serotonina tornano alla normalità e l’amore, che era iniziato come un fattore di stress per l’organismo, si trasforma in un formidabile ammortizzatore contro le difficoltà della vita [1, 8].

Molti pensano che col tempo la “scintilla” debba necessariamente spegnersi, passando dall’amore euforico a un affetto profondo ma più “piatto”. In realtà, una ricerca della Stony Brook University ha dimostrato il contrario: analizzando con la risonanza magnetica coppie sposate da oltre vent’anni, i ricercatori hanno scoperto che in molti casi le aree del cervello ricche di dopamina si attivavano esattamente come quelle dei neoinnamorati. Questo suggerisce che è possibile mantenere l’intensità e l’eccitazione del romanticismo anche dopo decenni, con il vantaggio che l’apprensione e l’ansia iniziali lasciano il posto alla stabilità e alla sicurezza. In sintesi, se il legame è sano, il cervello impara a godere del piacere della vicinanza senza più lo “scossone” della dipendenza acuta [9].

Dottore, si può parlare allora di “dipendenza affettiva”?

Il termine “dipendenza affettiva” (o love addiction) è molto diffuso, ma in medicina è necessario essere cauti. Parliamo di dipendenza quando un comportamento diventa così compulsivo da compromettere la capacità di una persona di vivere una vita equilibrata e appagante causando sofferenza a sé stessa o a alle persone che le sono intorno. È importante però chiarire che attualmente la dipendenza affettiva non è inserita come disturbo autonomo nel DSM-5, il manuale diagnostico dei disturbi mentali [10].

Nonostante le somiglianze biologiche con la dipendenza da sostanze, la comunità scientifica è prudente. Considerarla una patologia ufficiale presenta dei rischi: potrebbe portare a “medicalizzare” normali sofferenze sentimentali o, in casi gravi come il femminicidio e la violenza di genere, potrebbe essere usata impropriamente come scusante per attenuare la responsabilità penale dell’aggressore. L’amore non deve mai diventare un alibi per la violenza, che resta un comportamento di cui si è responsabili e non il sintomo di una presunta malattia [7, 10].

Argomenti correlati:

MedicinaSalute mentale

Autore Rebecca De Fiore (Pensiero Scientifico Editore)

Rebecca De Fiore ha conseguito un master in Giornalismo presso la Scuola Holden di Torino. Dal 2017 lavora come Web Content Editor presso Il Pensiero Scientifico Editore/Think2it, dove collabora alla creazione di contenuti per riviste online e cartacee di informazione scientifica. Fa parte della redazione del progetto Forward sull’innovazione in sanità e collabora ad alcuni dei progetti istituzionali con il Dipartimento di epidemiologia del Servizio sanitario regionale del Lazio.
Tutti gli articoli di Rebecca De Fiore (Pensiero Scientifico Editore)