È stata trovata una cura definitiva per il cancro al pancreas?

6 Febbraio 2026 di Rebecca De Fiore (Pensiero Scientifico Editore)

Il 4 febbraio si è celebrato il World Cancer Day, la Giornata mondiale contro il cancro, un appuntamento che ci ricorda quanto sia importante la ricerca per dare risposte ai pazienti.

Proprio in questi ultimi giorni, giornali e social media hanno rilanciato con grande enfasi una notizia proveniente dalla Spagna [1]: un gruppo di scienziati avrebbe trovato il modo di curare il tumore al pancreas. Questo annuncio ha comprensibilmente acceso la speranza in molte famiglie, dato che stiamo parlando di una delle neoplasie più complesse e difficili da trattare con una sopravvivenza a 5 anni tra le meno alte in oncologia [2].

Tuttavia, quando si parla di salute, è fondamentale distinguere tra i risultati ottenuti in laboratorio (“in vitro” o su animali) e le cure effettivamente efficaci per la persona. Dobbiamo capire se siamo davanti a una cura pronta all’uso o a un importante passo avanti ma che richiede ancora anni di lavoro di ricerca…

Dottore, in cosa consiste questa nuova scoperta spagnola?

La notizia riguarda uno studio molto importante pubblicato sulla rivista scientifica PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences) dal Centro Nazionale Spagnolo per la Ricerca sul Cancro (CNIO), guidato dal professor Mariano Barbacid [3]. I ricercatori hanno affrontato il problema principale di questo tumore: la sua capacità di resistere ai farmaci.

Nella maggior parte dei casi, il cancro al pancreas è causato dalla mutazione di un gene chiamato KRAS, che agisce come un interruttore bloccato su “ON”, ordinando alle cellule di moltiplicarsi all’infinito. Fino ad ora, quando si provava a spegnere questo interruttore con i farmaci, il tumore trovava “strade secondarie” per continuare a crescere [1, 3]. L’intuizione del team spagnolo è stata quella di usare una “tripla combinazione” di farmaci per bloccare contemporaneamente sia l’interruttore principale (KRAS) sia le vie di fuga alternative (chiamate EGFR e STAT3). Il risultato è stato sorprendente: nei topi di laboratorio, il tumore è scomparso completamente e non si è ripresentato per tutto il periodo di osservazione [3].

Quindi la cura è pronta per essere usata sui pazienti?

Purtroppo no, ed è necessario essere molto chiari su questo punto per non creare false illusioni. Sebbene i risultati siano positivi, sono stati ottenuti su modelli animali (topi). Come spiegano esperti virologi e oncologi che hanno analizzato lo studio, il passaggio dal topo all’uomo è l’ostacolo più grande. Ci sono due problemi principali:

  • La tossicità: per ottenere quei risultati, i topi sono stati trattati con dosi di farmaci elevatissime, molto superiori a quelle che un essere umano potrebbe sopportare senza subire danni gravi. Bisogna trovare un dosaggio che sia efficace ma non dannoso per l’uomo.
  • La biologia: bloccare completamente alcune proteine (come STAT3) nei topi ha funzionato, ma nell’uomo queste stesse proteine svolgono funzioni vitali. Eliminarle potrebbe essere troppo pericoloso. Siamo quindi di fronte a una “prova di concetto”: sappiamo che la strategia dell’accerchiamento funziona, ma ci vorranno anni per sviluppare farmaci sicuri per l’uomo [3].

Dottore, ma perché questo tumore è così difficile da sconfiggere?

Il tumore al pancreas è un avversario temibile per la sua “intelligenza” biologica. Oltre a essere spesso diagnosticato tardi perché dà pochi sintomi iniziali, ha una caratteristica biologica particolare: si circonda di un tessuto molto denso e compatto (chiamato stroma) che agisce come una barriera fisica, rendendo difficile per i farmaci e per le cellule del sistema immunitario penetrare all’interno della massa tumorale [4,5].

Inoltre, come abbiamo visto nello studio spagnolo, le sue cellule sono molto plastiche: se chiudiamo una porta, loro ne aprono un’altra. La sfida di oggi si combatte su due fronti: da un lato la ricerca di base, come quella spagnola, che cerca di capire come bloccare tutte le vie di fuga del tumore; dall’altro la ricerca clinica, che porta in corsia nuovi farmaci per migliorare da subito la vita dei pazienti.

Quali sono le cure disponibili oggi e quando potremo usare questa nuova terapia?

Attualmente, il percorso di cura dipende molto dallo stadio in cui si trova la malattia al momento della diagnosi. Le opzioni principali sono:

  • la chirurgia, che è la soluzione migliore se il tumore è piccolo e non si è diffuso ad altri organi;
  • la chemioterapia, usata per rimpicciolire la massa prima di un intervento o per controllare la malattia quando non è operabile;
  • la radioterapia e, in casi selezionati, nuovi farmaci a bersaglio molecolare o protocolli di ricerca legati all’immunoterapia [4,5].

Per quanto riguarda la nuova scoperta spagnola, il prossimo passo obbligatorio è la sperimentazione clinica, ovvero gli studi sulle persone. Questo processo richiede diversi anni per verificare che il mix di farmaci sia sicuro e non causi effetti collaterali gravi. Anche se l’attesa può sembrare lunga, risultati come questo indicano che la medicina sta finalmente trovando le chiavi giuste per scardinare la resistenza di questo tumore.

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Autore Rebecca De Fiore (Pensiero Scientifico Editore)

Rebecca De Fiore ha conseguito un master in Giornalismo presso la Scuola Holden di Torino. Dal 2017 lavora come Web Content Editor presso Il Pensiero Scientifico Editore/Think2it, dove collabora alla creazione di contenuti per riviste online e cartacee di informazione scientifica. Fa parte della redazione del progetto Forward sull’innovazione in sanità e collabora ad alcuni dei progetti istituzionali con il Dipartimento di epidemiologia del Servizio sanitario regionale del Lazio.
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